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L’inno di Mameli: cerchiamo di capire il significato del “canto degli italiani”

In molti, guardando le partite della nazionale di calcio italiana a Euro 2020, si sono meravigliati del fatto che i giocatori italiani, al momento dell’inno nazionale, cantassero a squarcia gola come se stessero andando a combattere una guerra.



In questo articolo cerchiamo di soddisfare un po’ di curiosità sull’inno nazionale italiano, ufficialmente “canto degli italiani”, ma meglio conosciuto come l’inno di Mameli. La storia è lunga e un po’ controversa, ma vale la pena saperne di più.


Come alcuni di voi sapranno, l’Italia è un paese piuttosto giovane, infatti il Regno d’Italia fu istituito nel 1861. Tuttavia, l’inno nazionale non fu da sempre quello attuale, anzi, a dirla tutta non lo è ufficialmente stato fino a qualche anno fa. Ma facciamo un passo indietro. Prima però ricorda di ascoltare l'episodio 4 della serie "lingua italiana" del nostro Podcast su questo argomento e di seguire le nostre pagine Instagram e Facebook


Quale fu il primo inno italiano?


Durante il periodo monarchico, dal 1861 al 1946, l’inno italiano fu più o meno ininterrottamente la “marcia reale d’ordinanza” scritta da Giuseppe Gabetti. Quest’opera fu commissionata dal Re di Sardegna del periodo pre-unificazione, Carlo Alberto, perché a quanto pare non era soddisfatto della banda che lo introduceva nelle sue uscite pubbliche. La marcia reale divenne sempre più popolare, soprattutto tra la gente e così alla nascita del nuovo Regno d’Italia fu scelta come inno nazionale.


Da dove salta fuori l’inno di Mameli?


A differenza della marcia reale d'ordinanza, questa opera non fu scritta con l’idea di essere un inno o comunque una musica ufficiale. La musica fu composta da Michele Novaro mentre il testo fu scritto dal giovane autore Goffredo Mameli in un contesto di estremo patriottismo diffuso in quel periodo e culminato con i cosiddetti moti del 1848, un periodo storico in cui un po’ ovunque in Europa ci si ribellava contro le monarchie assolutiste.


Goffredo Mameli era un repubblicano e sostenitore degli ideali della rivoluzione francese, questo rende abbastanza chiaro il perché l’inno di Mameli non poté essere l’inno di una monarchia appena nata come quella italiana.


Quando è diventato inno italiano?

Dopo la seconda guerra mondiale, esattamente il 2 e il 3 giugno del 1946, in un referendum gli italiani scelsero di passare da una monarchia a una repubblica parlamentare. In maniera provvisoria venne scelta l’opera di Goffredo Mameli come inno nazionale, ma rimase provvisorio molto a lungo, precisamente fino a quando il 4 dicembre 2017 venne reso inno nazionale non solo de facto ma anche de iure. Così diceva la legge:


«1. La Repubblica riconosce il testo del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale […]

Data a Roma, addì 4 dicembre 2017»


(Legge nº 181 del 4 dicembre 2017, Riconoscimento del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli quale inno nazionale della Repubblica)


C’è da dire che nonostante l’inno fosse provvisorio, di fatto fu quello che rappresentò l’Italia in lungo e in largo e che la stragrande maggioranza degli Italiani ha imparato ad amare fin da subito, a parte alcuni nostalgici della monarchia.


Che significato ha?

Il testo è composto di sei quartine nella sua versione integrale, tuttavia la maggior parte degli italiani lo conosce in una versione abbreviata, probabilmente per ragioni di memoria e anche di tempistiche. Ad ogni modo, cercheremo di capire il significato della prima strofa e del ritornello. Dobbiamo premettere che questa analisi è un po’ nostra e un po’ frutto di ricerche fatte soprattutto su Wikipedia e su alcuni manuali di storia a nostra disposizione.


La prima strofa




Fratelli d'Italia, L'Italia s'è desta, Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò.




Così come tutto l’inno, questa prima strofa è ricca di riferimenti all’antica Roma. La prima frase “fratelli d’Italia” è un’esortazione agli italiani a lottare da fratelli, da popolo unito in un’unica nazione. “L’Italia s’è desta” descrive probabilmente lo scenario di un’Italia a questo punto sveglia e pronta a lottare per sé stessa.


Ecco il primo riferimento alla storia romana “Dell’elmo di Scipio si è cinta la testa”, lo stratega romano Publio Cornelio Scipione che sconfisse il generale cartaginese Annibale nella seconda guerra punica liberando la penisola italiana dall'esercito cartaginese. L’elmo di Scipio metaforicamente è ora sulla testa degli italiani pronti a unificarsi e liberarsi dalle ingerenze straniere.


Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma” con tutta probabilità il riferimento è all’antica usanza di tagliare la chioma (un fascio di capelli) alle schiave per distinguerle dalle donne libere che invece li portavano lunghi.


La parola “Vittoria” è un riferimento alla dea Vittoria che nell’inno viene immaginata come una donna con una lunga chioma da offrire a Roma in segno di sottomissione a Roma. Il significato è che la Vittoria, in caso di rivolta contro gli invasori stranieri, sarà certamente degli italiani perché è destino.


Il ritornello


Stringiamoci a coorte

Siam pronti alla morte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò.

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La parola “coorte” è un ulteriore riferimento all’antica Roma, infatti la coorte era la decima parte di una legione dell’esercito romano. “Stringiamoci a corte” è un’esortazione a farsi trovare compatti e uniti, ma soprattutto pronti al sacrificio “Siam pronti alla morte”. “L’Italia chiamò” si riferisce allo scenario di allora, ossia una polveriera pronta ad esplodere e dopo la quale sarebbe nato il Regno d’Italia.


Come possiamo interpretarlo oggi?


Chiaramente, questa è un’opera frutto di sentimenti patriottici legati a un senso di oppressione, di ingiustizia e, soprattutto, alla voglia di riportare l’Italia alla sua grandezza, quella della grande Roma. Infatti, proprio Roma fu il tormento della nuova Italia che inizialmente non includeva il territorio della capitale, in mano allo Stato Vaticano. La città fu annessa durante la cosiddetta “breccia di Porta Pia” e diventò capitale del Regno d’Italia nel 1871.


Oggi lo scenario è diverso ma gli italiani sono ancora desiderosi di riportare l’Italia in alto, lottare, in senso figurato si intende, per il nostro sistema di valori e il nostro stile di vita.


Il calcio centra poco con tutto questo ma, come abbiamo già detto, significa molto per gli italiani che si uniscono come mai durante le competizioni sportive in cui l’Italia lotta per la supremazia.

Ecco il senso, secondo noi, del nostro inno.

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