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Dalle lingue italiche all’italiano di oggi in meno di duemila anni

Aggiornamento: 9 mag 2021

Ma quanto è vecchia la lingua italiana? Cosa c’era prima dell’italiano di oggi? E prima del latino? Queste sono molte delle domande che stranieri e italiani spesso si fanno, ebbene cerchiamo di dare una risposta.


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Image by M. H. from Pixabay


Cosa c’era prima del latino?


Ma quanto è vecchia la lingua italiana? Cosa c’era prima dell’italiano di oggi? E prima del latino? Queste sono molte delle domande che stranieri e italiani spesso si fanno, ebbene cerchiamo di dare una risposta.


La lingua più popolare della penisola italica prima dell’avvento dei romani era la lingua Etrusca, diffusa fino all’avvento dell’impero; anche il greco e le lingue celtiche, seppur in maniera minore erano diffuse. Tutte queste lingue scomparirono gradualmente, anche se rimasero ancora per un po’, soprattutto il greco che godeva di una nomea come lingua di cultura, politica e diplomazia.


L’episodio chiave fu una guerra, detta guerra italica o marsica, combattuta tra il 90 e l’88 avanti cristo tra i romani e una lega di tutti i popoli già presenti nella penisola italica che si erano ribellati ai romani. La guerra fu vinta dai romani grazie alla concessione della cittadinanza a tutti i ribelli a patto che deponessero le armi entro sessanta giorni. A questo punto l’obiettivo era raggiunto, i romani avevano in pugno la penisola e cominciò così il processo di romanizzazione che, tra le altre cose, consisteva anche nel promuovere e divulgare la lingua latina, così fu.


Latino classico VS Latino volgare


Senza soffermarci troppo sulla diffusione della lingua latina, spendiamo però qualche parola sulla realtà linguistica della penisola italica durante il periodo romano. In parole povere, c’erano due lingue parallele ma estremamente legate tra di loro, ossia il latino classico e quello volgare.


Il latino classico, quello dell’arte e della letteratura, della politica e della lingua scritta, non era però la lingua usata quotidianamente dal “vulgus”, parola latina usata per indicare il popolo. Il popolo usava il latino cosiddetto volgare, che non significa maleducato bensì popolare, una varietà della lingua latina diversa a seconda della zona e anche della classe sociale.


Quindi l’italiano da dove deriva?


Ecco, l’italiano che oggi studiamo e parliamo deriva proprio da quel latino volgare. Basti pensare a delle parole essenziali della lingua italiana, come: casa che in latino classico era domus ma in latino volgare era casa; la parola fuoco che in latino classico era ignis ma in latino volgare focus; la parola stella che in latino classico era sidus ma in latino volgare stella; aggettivi come tutto e grande che in latino classico erano omnis e magnus ma in latino volgare totus e grandis.


A un certo punto, sia al centro che nelle periferie dell’impero inizia il declino del latino scritto e classico per via della forza, dell’innovazione e dell’estrema semplicità del latino volgare. Questo punto di cui parliamo viene definito crisi del III secolo.


L’italiano volgare riempie il vuoto


Uno dei momenti chiave sono le invasioni barbariche del VI secolo d.c., i popoli barbari non lasciarono alcuna traccia linguistica, sebbene alcune di quelle popolazioni, i longobardi ad esempio, dominarono per quasi due secoli. In questo periodo, in un processo molto più complesso di quello che noi possiamo raccontare in queste poche righe, comincia a prendere forma l’italiano volgare che riempie un po’ il vuoto lasciato dal latino.


L’italiano volgare come lingua della scrittura artistica si comincia a usare solo dal XIII secolo ma ci sono alcune testimonianze di scritti in quella che possiamo definire la prima “lingua italiana” volgare.


Nello specifico, molti sono concordi nel dire che l’atto di nascita della lingua italiana sia il “Placito Capuano”, un documento notarile ufficiale pubblicato intorno al 960 che riportava le parole esatte di alcune persone durante un processo. Normalmente si sarebbe tradotto in latino classico quel documento, ma si preferì questa volta usare la lingua volgare, ed ecco la prima testimonianza ufficiale della nostra lingua:


«Ille autem [Garipertus], tenens in manum memoratam abbreviaturam, et tetigit eam cum alia manu, et testificando dixit: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte s(an)c(t)i Benedicti»


Il padre della lingua italiana, Dante Alighieri



Da questo momento seguono tantissime testimonianze di lingua italiana, ma i momenti cruciali sono due, uno di questi è la poesia di Dante. La letteratura è uno dei principali strumenti di diffusione della lingua, senza le opere letterarie, musicali o teatrali, difficilmente una lingua si diffonde e si consolida.


Dante Alighieri ha saputo virare su una lingua più vicina all’espressioni, i modi di dire e il lessico davvero parlato, ha scelto di usare la lingua volgare (nel senso popolare) e proporla come lingua anche della letteratura, nella Divina Commedia per esempio. Osserviamo i famosissimi primi versi.


Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”


Chiaramente questo passaggio è ricco di metafore, ma concentrandoci soltanto sulle parole, possiamo vedere già la conformazione dell’Italiano che sarebbe poi diventato lingua della letteratura.


Manzoni ha stabilizzato la lingua italiana


Per il secondo momento cruciale, facciamo un salto in avanti di circa 600 anni, senza così sminuire tutto quello che è successo nel mezzo. Alessandro Manzoni fece una scelta importantissima, una riedizione della sua opera, “Fermo e Lucia”, con lo scopo di usare una lingua più unitaria rispetto a quella usata prima, da poter leggere in un libro e anche parlare in strada o in una locanda.


Così nel 1840 fece un lungo lavoro di revisione linguistica del romanzo, cambiando anche il nome in “I promessi sposi”, scegliendo il fiorentino colto come lingua per la sua opera. Questo è il primo romanzo moderno in lingua italiana.


Dopo l’unità d’Italia, Manzoni contribuì a una commissione creata per raccogliere idee e strategie utili alla diffusione della lingua italiana nel neonato paese, ancora molto diviso tanto linguisticamente quanto culturalmente, scrivendo una relazione chiamata “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla”.


Lo straordinario potere della televisione


A questo punto l’obiettivo politico del nuovo Regno d’Italia era certamente quello di creare un’unione linguistica, e questo gradualmente avvenne con il contributo di moltissimi tra scrittori e artisti, oltre che di politici e insegnanti. Tuttavia l’Italia era un paese segnato da profonde differenze sociali, culturali e via discorrendo, in cui si continuava ognuno a parlare il proprio dialetto.


La vera svolta, e ultima di questo articolo, arriva a cavallo tra gli anni 50 e 60 del XX secolo. In questo periodo, con la RAI, comincia a diffondersi velocemente e a macchia d’olio la televisione in Italia. Se inizialmente era un bene di lusso, una televisione costava l’equivalente di circa 7000 euro, dagli anni 60 essa diventò un bene accessibile a tutti.


La televisione, a differenza di oggi, aveva un ruolo prettamente educativo e oltre ai vari quiz, telegiornali e rubriche, dobbiamo menzionare il grande lavoro di un programma chiamato “Non è mai troppo tardi” condotto da Alberto Manzi; l’obiettivo era dare delle conoscenze basiche a chiunque. Si pensa che questo programma risolse l’analfabetismo di circa un milione e mezzo di adulti.


2.150.000 di persone amano e studiano l’italiano


La lingua italiana, come potete leggere da questo breve e impreciso racconto, ha una storia lunga e travagliata ma ricca di grandi cambiamenti e svolte improvvise. Questa conformazione così complessa la rende una lingua così affascinante e comunicativa.


Oggi l’italiano, nonostante sia parlato solo in Italia, Svizzera e alcune zone nell’Istria e da alcune persone in Eritrea, è la quarta lingua più studiata al mondo.


Non dimenticare di scaricare le attività da completare e di guardare il video su youtube per praticare il tuo ascolto.



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